Un paese felice

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Un paese felice

Messaggio Da Pietro Muni il Sab Ago 20, 2011 6:16 pm

L’Italia è un paese su cui grava un debito pubblico di 1900 miliardi, pari al 120% del Pil, che è in continua lievitazione da 30 anni, la crescita è minima e la competitività a livello internazionale scarsa. Ma è anche un paese ricco (il decimo al mondo): la ricchezza delle famiglie ammonta a oltre 8400 miliardi, la metà dei quali è detenuta dal 10% delle famiglie. A tutto questo dobbiamo aggiungere il fenomeno dell’evasione fiscale, che si aggira, secondo le stime più prudenti, intorno ai 120 miliardi.
A queste condizioni, il paese rischia di essere visto dai mercati, o se preferiamo dagli speculatori, come una facile e succulenta preda da spolpare e lo spettro della recessione è sempre incombente.
Ora, se l’Italia fosse un paese normale ci aspetteremmo che facesse almeno due cose:

1. Dovrebbe ricorrere ad ogni mezzo pur di fare pagare le tasse a tutti. Dico “con ogni mezzo”, anche, per esempio, introducendo l’uso esclusivo della moneta tracciabile. Non vogliamo che sia messa in pericolo la nostra privacy? Bene, allora lo Stato potrebbe adottare altre misure, come la confisca dei beni, la radiazione dagli albi professionali, il carcere a vita, e altre possibili misure radicali, che rispondano al principio “a mali estremi, estremi rimedi”.
2. Dovrebbe anche trovare il modo di crescere.

Ebbene, cosa si fa in Italia? Lo riassumo in 4 punti.

1. Si adottano misure che possono al massimo portare nelle casse dello Stato 1 miliardo su 120 di evasione, ovvero meno dell’1%. In pratica, non si fa nulla.
Piuttosto si cerca di diffondere l’idea che l’evasione è un fenomeno “fisiologico”, che potrebbe anche essere benefico. Non serve, dunque, tentare di estirparlo. Molto meglio è imparare a conviverci.

2. Uno dei modi cui ricorrono i governi per raggranellare denari sono i condoni. Qui il principio è: “meglio poco che niente”. In pratica, poiché l’evasore fiscale paga zero anziché, poniamo, il 40%, se il governo lo convince a pagare il 5% canta vittoria e trascura il fatto che, in realtà, sta premiando l’evasore incoraggiandolo a persistere nelle sua condotta.

3. Dopo aver affrontato così il problema degli evasori, i governi si concentrano abitualmente su ciò che sanno fare meglio e in cui si sono specializzati nel corso di decenni: i tagli, le imposizioni fiscali e le leggi restrittive o punitive. I bersagli sono numerosi (scuola, sanità, pensioni, enti locali, lavoratori, imprese, banche, l’art. 18, ecc.) e c’è solo l’imbarazzo della scelta. In ogni caso, qualunque cosa venga colpita, valgono due regole.

a) Intanto si inscena la manfrina del “tira e molla”. I colpiti lanciano grida di dolore, parlano di iniquità e chiedono che il taglio venga spostato un po’ più in là. Si apportano delle correzioni, ma alla fine qualcuno dovrà pure rimetterci. Tutti gli altri tirano un sospiro di sollievo o godono. Il clima sociale ne risente, ma solo per un po’. Presto i riflettori si spegneranno e la questione sarà chiusa. Il paese va avanti. Questo copione dal sapore melodrammatico si ripete ad ogni stangata.

b) Quando tagliano un posto di lavoro o un servizio, i governanti evitano di prospettare ai cittadini le relative conseguenze e i relativi costi. Per es. nel caso del taglio delle province (che comporta il licenziamento di decine di migliaia di persone), nessuno spiega alla gente quale sarà il destino di questi sfortunati, né quanto costerà allo Stato la procedura burocratica necessaria per l’eliminazione di una provincia. Ci si limita invece a sbandierare l’aspetto positivo dell’operazione, confidando sul fatto che abitualmente i cittadini non fanno domande scomode. Così i politici acquistano benemerenze e crediti di consenso.

4. Rimane la crescita. Già, la crescita. Ma dopo che il governo ha lavorato per giorni, senza un attimo di pausa, per recuperare qualche briciola di evasione e decidere dove affondare la scure senza fare troppi danni, pensate che abbia ancora energie per occuparsi della crescità? Certo che no. Ci penserà in un secondo momento. Adesso è il momento del meritato riposo.

E i cittadini? Di norma i cittadini rimangono grati al governo per quello che ha fatto e gli riconfermano il voto, se non tutti, almeno l’80%. Certo, se PDL e Lega dovessero perdere il 20% dei consensi potrebbero non essere riconfermati al governo e, in tal caso, il potere passerebbe ad altre mani. Ma l’esperienza ci insegna che il modo di governare su descritto è rigorosamente bi-partisan. Basta guardare alla contromanovra di Bersani: si spostano i punti in cui tagliare, ma sempre di tagli si tratta e saranno altri a piangere, ma l’evasione non si tocca e della crescita non si parla. L’avvicendamento dei governi serve solo a rispondere allo scontento dei cittadini, a far loro credere che ci sarà un cambiamento, ma il più delle volte il cambiamento è solo apparente.

Questa è la mia fotografia dell’Italia.

Certo, gli italiani si accorgono che sono presi per il culo. Ma non s’indignano. Questo è il mistero d’Italia, che risulta di difficile spiegazione, soprattutto dagli stranieri. Perché gli italiani non s’indignano? La mia risposta è: “perché non he hanno motivo”. Il governo taglia i servizi e i posti di lavoro? Niente paura: ci sono la Famiglia e il Terzo Settore, che costituiscono il fiore all’occhiello del Belpaese e sono sempre pronti a sopperire. Il governo aumenta le tasse? Anche in questo caso, niente panico: c’è il mercato del lavoro nero, che non prevede tasse ed è incoraggiato da tutti, governanti e cittadini. Insomma, come antidoto al malgoverno noi italiani abbiamo sviluppato al massimo grado quell’arte di arrangiarci che ci ha reso celebri in tutto il mondo. Sta qui il segreto della nostra felicità. Ed è per questo che gli altri paesi ci invidiano!

Pietro Muni

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